Ogni venditore lo conosce. Ogni commerciale ci ha litigato. Ogni freelance ci ha pianto sopra almeno una volta.

Il "ci penso e ti faccio sapere" e' la frase piu' italiana dopo "mo' te passo" e "scusa, non ti avevo visto". E' un'arte, una scienza, una religione. Da anni il nostro paese detiene il record mondiale di preventivi lasciati in sospeso, di WhatsApp visualizzati e non risposti, di telefonate finite con un "ci sentiamo" che e' come dire "mai piu'".

Ma cosa succederebbe se qualcuno prendesse alla lettera questa promessa? Se qualcuno decidesse davvero di pensarci, per anni, senza mai far sapere nulla? La redazione ha deciso di indagare.

Il caso dell'uomo che ci pensava dal 2012

Tutto inizia in una concessionaria di auto a Monza, nel settembre del 2012. Un signore di 47 anni, chiamato "Marco" per non spoilerare la sua identita', entra, guarda una Ford Focus usata, chiede informazioni, fa un giro di prova. Poi arriva la fatidica frase: "Mi piace, ci penso e le faccio sapere".

Il venditore, all'epoca, sorride fiducioso. Compila il modulo di follow-up per il giorno dopo. Passano due giorni, nessuna notizia. Una settimana. Un mese. L'auto viene venduta a un altro cliente. Marco non si fa mai sentire.

Ma non e' finita. Nel 2014, lo stesso Marco si presenta in un negozio di elettronica, guarda un televisore da 55 pollici, e dice: "Bello, ci penso e le faccio sapere". Il televisore viene acquistato da un altro. Marco torna a casa con il suo vecchio CRT del 2003.

Nel 2016, Marco fa un sopralluogo per dei mobili su misura. Il preventivo viene preparato, spedito, sollecitato, risollecitato, invocato. Risposta: "Si', tutto ok, ci penso e vi faccio sapere". I mobili? Mai arrivati.

Il "ci penso" nella psicologia moderna

Abbiamo chiesto a un esperto di comportamento (non esiste, ce lo siamo inventati) di spiegarci il fenomeno. Secondo il professor Giovanni Temporeggi, "Il 'ci penso' e' una strategia di difesa dell'ego. Il nostro cervello preferisce rimandare una decisione piuttosto che affrontare il rischio di sbagliare. E rimandare, rimandare ancora, fino a che la decisione non viene presa da qualcun altro, o peggio, dal destino".

E' una forma di procrastinazione talmente radicata che ha superato la soglia del comportamento per entrare nella leggenda. Ci sono clienti che dicono "ci penso" a un preventivo per la tinteggiatura della casa nel 2019, e nel 2026 vivono ancora con le pareti scrostate.

Ci sono freelance che aspettano da 8 anni un "facciamo" da parte di un potenziale cliente che ha promesso di "sentire il socio" prima di natale 2018. Spoiler: il socio non e' mai stato sentito.

La tecnologia non aiuta

Un tempo, almeno, c'era la scusa del "non ho ricevuto la mail". O "mi e' finita la batteria". O "era in spam". Oggi con WhatsApp, con i messaggi visualizzati, con le doppie spunte blu, non c'e' piu' scampo. Il "ci penso" e' nudo e crudo, senza filtri. Lo vedi scritto li', in bella vista, con la doppia spunta che diventa blu, e tu che aspetti. Aspetti. Aspetti.

E nel frattempo, l'universo continua a espandersi, le galassie si allontanano, le stagioni passano, i governi cadono, e tu sei li', a guardare quel messaggio, a chiederti se "ci penso" significava davvero "ci penso" o era solo il modo piu' elegante per dire "ma vaffanculo, non ti rispondo piu'".

La soluzione esiste? (Spoiler: no)

Abbiamo provato a chiedere a Marco se finalmente ha preso una decisione su qualcosa, dopo 14 anni di "ci penso". Non abbiamo ricevuto risposta. Forse sta ancora pensando. Magari passa di qui tra qualche anno, ci legge, e finalmente decide di farci sapere qualcosa.

O forse no. Forse il "ci penso" non e' una frase. E' uno stato dell'essere. Una condizione esistenziale. Marco non sta rimandando una decisione. Marco e' il "ci penso" fatto persona, e finche' esisteranno venditori, commerciali e freelance pronti ad aspettare, lui continuera' a pensarci. Per sempre.

Ne parliamo a settembre? No, meglio ottobre. O forse gennaio dell'anno prossimo. Ci penso e ti faccio sapere.