Secondo un recente studio sullo stato del lavoro in Italia, il 40% dei lavoratori dipendenti sarebbe pronto a cambiare azienda. Un dato che sale al 63% se si considera "cambiare del tutto" - intendendo mettersi in proprio, aprire partita IVA, mollare tutto e diventare freelance. Un sogno che, secondo gli psicologi del lavoro, rientra in una categoria ben precisa: la procrastinazione strutturale.

Sapete cos'è la procrastinazione strutturale? È quella per cui le persone più capaci rimandano sistematicamente i loro obiettivi più importanti. Non i pigri, non gli incapaci: proprio quelli che avrebbero tutte le carte in regola per fare il salto. Hanno il curriculum giusto, i contatti giusti, il piano giusto. Manca solo una cosina: la data di inizio.

E così il grande sogno del freelance slitta. Prima a giugno ("tanto finisco il progetto corrente"), poi a settembre ("dopo l'estate si ricomincia con slancio"), poi a gennaio ("è il mese dei buoni propositi"), poi al prossimo anno fiscale ("così evito rotture col commercialista"). E nel frattempo passano tre anni, il progetto corrente è diventato un altro, l'estate è arrivata e passata cinque volte, e il commercialista ha cambiato tre auto con le vostre ritenute d'acconto.

I dati parlano chiaro: in Italia i lavoratori indipendenti hanno superato i 5,19 milioni, il 21,7% della forza lavoro. Una crescita del 3% annuo. Il mercato globale del freelance è passato da 8,35 a 9,91 miliardi di dollari in un anno. Numeri che fanno sognare. Peccato che, a sentire i corsi di formazione, le guide e gli esperti di carriera, sembra che diventare freelance sia più facile che fare una telefonata. Basta un sito web, due clienti, una partita IVA e via. In realtà, la parte difficile non è trovare i clienti: è trovare il coraggio di fare il primo passo senza rimandarlo all'ennesima "prossima settimana".

La verità è che il modello del "dipendente insoddisfatto ma protetto" è una trappola dorata. Hai lo stipendio fisso, la NASpI se qualcosa va storto, il TFR che cresce. Uscire da questa rete di sicurezza richiede un atto di fede che, francamente, la maggior parte delle persone non è disposta a fare. Ed è normale. Quello che non è normale è chiamarlo "piano strategico" quando in realtà è solo paura travestita da pianificazione.

Il meccanismo è sempre lo stesso: si inizia a gennaio con l'entusiasmo del "quest'anno cambio vita". Si frequenta un corso di formazione sulle tecniche di vendita, si aggiorna il profilo LinkedIn, si compra il dominio del sito. Poi arriva febbraio e il carico di lavoro aumenta, marzo porta le scadenze fiscali, aprile è il mese dei bilanci e maggio delle ferie da programmare. A giugno si dice "dopo l'estate si riparte". A settembre si scopre che il cliente principale ha rinnovato il contratto annuale e mollare ora sarebbe "un delitto". E a dicembre ci si ritrova con la stessa scrivania, lo stesso stipendio, lo stesso mal di testa - ma con un dominio web in più scaduto da tre mesi.

C'è poi la variante del "sì, ma io aspetto il momento giusto". Il momento giusto, nella testa di chi procrastina, è un'astrazione matematica che non esiste in natura. Non è mai il momento giusto: c'è sempre un mutuo, un figlio all'università, una macchina da cambiare, un imprevisto. Il momento giusto è una costruzione mentale che ci permette di rimandare in santa pace senza sensi di colpa, perché "tanto aspetto il momento giusto".

In conclusione: se siete tra quel 40% che sogna di cambiare vita, fatevi una domanda. State aspettando davvero il momento giusto o state solo aspettando che qualcuno vi spinga giù dal muretto? Perché il momento giusto non arriva mai. Arriva solo il momento in cui decidete che va bene cosi. O, al contrario, il momento in cui decidete che non va più bene. In entrambi i casi, la scelta è vostra. Ma per favore, non ditemi che ci sentiamo a settembre. Non ne possiamo più di sentirlo.