Caro Cliente,
sono ore che aspetto. Hai detto «fammi vedere un po' e ti dico» — e io, come un allocco, ho smesso di fare qualsiasi cosa produttiva. Ho controllato il telefono 47 volte. Ho scritto e cancellato tre messaggi. Ho imprecato contro il led verde della notifica che si accende sempre e solo per le newsletter.
Il «fammi vedere un po'» è un capolavoro di ingegneria linguistica. Non è un no, perché il no sarebbe scortese. Non è un sì, perché il sì costringe a decidere. È un verbo all'infinito («vedere») più un aggettivo indefinito («un po'»), il tutto appeso a un futuro remoto («ti dico»). Una tripla fuga lessicale. Se esistesse l'arte marziale delle parole, tu saresti un cintura nera di schivata.
Lo so, lo so. Non lo fai per cattiveria. Lo fai perché nel tuo mondo «fammi vedere» è un modo educato per dire «non ho voglia di pensarci ora, ma non voglio sembrare scortese». Il problema è che io nel frattempo non vivo. Metto la vita in pausa. Rischio di sembrare insistente se scrivo dopo due ore, maleducato se scrivo dopo un giorno. In attesa del tuo responso, invecchio.
Non ti chiedo di rispondere subito. Ti chiedo di scegliere una delle tre, lì sul momento: «Sì, procediamo» (e io ti mando la proposta), «No, non ora» (e io archivio e torno a ottobre), «Non lo so, manda pure così valuto» (e io almeno ho fatto il mio lavoro e passo al prossimo).
Qualsiasi risposta va bene. Purché non sia l'infinito presente di un'azione che non compirai mai.
Con stima (e con la scadenza del mese dietro l'angolo),
Il tuo venditore di fiducia