Lo scorso martedi' una frase ha compiuto ufficialmente cinquant'anni. Non e' una legge, non e' un brevetto, non e' un'invenzione italiana famosa nel mondo. E' molto peggio: e' il "Ci penso e ti faccio sapere".

Secondo uno studio dell'Osservatorio Nazionale sulle Scuse Commerciali (ONSEC), il 74% delle trattative commerciali in Italia termina con questa frase. Il 18% con una sua variante ("Devo parlarne con mio socio", "Mando una mail al commercialista", "Adesso non e' il momento"). Il restante 8% si conclude con un silenzio carico di significato che in linguistica viene definito "il rumore della speranza che muore".

Eppure, a cinquant'anni dalla sua prima comparsa documentata (un memorandum del 1976 tra un rappresentante di enciclopedie e un geometra di Bollate), il "Ci penso e ti faccio sapere" gode di ottima salute. Anzi, secondo i demografi delle scuse, non e' mai stato cosi' prolifico.

L'evoluzione di una specie

Come tutte le specie che si rispettano, anche il "Ci penso" si e' evoluto. Negli anni Ottanta era un "Ci rifletto e la prossima settimana le dico". Negli anni Novanta si e' fatto piu' confidenziale: "Ci guardo e ti richiamo". Con l'avvento delle email e' diventato un piu' elegante "Grazie per l'offerta, la valuto con attenzione e ti faccio sapere". Oggi, nel 2026, la versione piu' diffusa e' un piu' agile "Ok ci penso" via WhatsApp, seguito da ghosting perenne.

Ma la sostanza non cambia: chi lo pronuncia non ci pensa affatto. Lo sanno tutti. Lo sa chi lo dice, lo sa chi lo ascolta. E' un teatrino sociale in cui entrambe le parti recitano la parte di chi crede che il tempo risolvera' tutto.

L'impatto economico del rinvio

Secondo una stima della Confederazione Italiana dei Venditori Esasperati (CIVE), il "Ci penso" costa all'economia italiana circa 12 miliardi di euro l'anno tra follow-up, riunioni perse, offerte preparate e nervi consumati. Per avere un termine di paragone: e' piu' o meno quanto spendiamo in caffe' al banco. Il che ha una certa coerenza, visto che la maggior parte dei "Ci penso" viene pronunciata davanti a un caffe'.

"Il 'Ci penso e ti faccio sapere' non e' una risposta. E' una sospensione di giudizio a tempo indeterminato. Non e' un no, non e' un si'. E' un 'forse' che dura per sempre."

- Manuale del Venditore Rasignato, ed. 2025

Le varianti regionali

Un aspetto affascinante del fenomeno e' la sua declinazione regionale. Al Nord si preferisce il "Valuto e la contatto io", che suona piu' operativo ma produce lo stesso risultato. Al Centro il classico "Ci penso su" ha una sfumatura quasi filosofica, come se il cliente stesse meditando il senso della vita oltre che il preventivo. Al Sud la versione "Domani ti chiamo" e' intesa come espressione di cortesia, non come impegno reale. Tutti sanno che domani non chiamera' nessuno.

Si' puo' sopravvivere?

Esistono tecniche per superare il "Ci penso". I corsi di vendita ne propongono a decine: la chiusura alternativa, la scarsita', l'urgenza, il vantaggio immediato. Ma la verita' e' che il "Ci penso e ti faccio sapere" e' piu' forte di qualsiasi tecnica. Perche' non e' un'obiezione: e' un rituale sociale. E i rituali, si sa, non si abbattono con le tecniche. Si aspettano.

Ed ecco il paradosso finale: mentre aspettiamo che quel cliente decida, passa il tempo. Passano le settimane, passano i mesi. E a un certo punto arriva settembre. E allora, come dice il nostro amato titolo, "ne parliamo a settembre". Peccato che settembre sia finito da un pezzo e il "Ci penso" sia ancora li', come un ospite che non se ne va mai.

Auguri, vecchio amico. Che i prossimi cinquant'anni siano pieni di indecisione quanto i primi.